on Jul 31st, 2008HUANGSHAN CITY

L’aereo toccò il suolo dolcemente sulla pista dell’aeroporto di Tuxi, dandomi il pretesto per maledire un’ennesima volta quel dilettante pilota della Vueling che lo scorso dicembre a Buenos Aires si era guadagnato, oltre alle mie maledizioni a vita, la paternità del mio peggior atterraggio su una pista in asfalto. Scoprii la notte successiva che a Huangshan City il volo da Shanghai arrivava ogni sera alle 22:00, per riprendere quota alle 22:40. Sembrava che assieme al rombo del decollo e i suoi 90 passeggeri il velivolo si portasse via anche l’anima della città e tutti andavano a dormire.

L’aeroporto di Huangshan era piccolo e brillava, sarebbe potuto essere un qualsiasi anonimo aeroporto austriaco, non fosse stato per il chiasso dei pochi, ma ben disposti, turisti cinesi indaffarati a recuperare maldestramente i bagagli o a spremere ingordamente i loro termos alla disperata ricerca dell’ultima goccia di the verde. Appena uscito dalla hall non feci a tempo a tirare il tanto agognato respiro a pieni polmoni che mi ero ripromesso di regalarmi dopo due settimane di polveri fini a Shanghai: un militare sorridente, stretto nella sua divisa che sapeva di anni ‘70, mi indicò il sorriso di un taxista il quale prese in consegna me e il bagaglio, senza troppa distinzione fra l’uno e l’altro e sgommò suonando all’impazzata fra le buie luci della periferia. Rispetto al bagaglio io sapevo dire “Tunxi Lu” ed estrarre 30 yuan dalla tasca, il tassista apprezzò.

Avevo scelto un ostello della gioventù perchè dopotutto ero ancora giovane, il posto era nella strada storica della città e in realtà speravo di imbattermi, come spesso succede quando ci si abbandona al caso, in qualche personaggio interessante, quel tipo di personaggi che incontri nel mezzo della Cina in un’anonima città ai piedi delle montagne. Mentre mi chiedevo come il tassista fosse riuscito ad arrivare alla sua età nonostante lo stile di guida, il sorriso era transitato dalla faccia del criminale alla guida al paffuto viso della receptionist del Koala International Youth Hostel. La via era storica, il palazzo antico, un ruscello d’acqua scorreva fra le stanze con tanto di pesce rosso, bamboo in abbondanza, calligrafia tradizionale alle pareti. Lo sfrontato suono del messaggio istantaneo di MSN arrivò come una goccia gelata dal soffitto sulla mia nuca riportandomi alla realtà e come uno shot di vodka sulle guance della receptionist riportandola imbarazzantemente al suo dovere. Quinto piano e carta magnetica, la porta, il doppio delle altre, lasciava presagire il peggio. Per 12 euro a notte mi aspettava il lusso orientale di una suite degna di un hotel quattro stelle, da condividere con un grosso scarafaggio che dopo la sua performance di ricevimento non si fece più vivo, con mio sentito dispiacere.

Al risveglio, sgusciato dal piumone mi resi conto di aver esagerato con l’aria condizionata, rischiando il congelamento. Lo schermo al plasma mandava le stesse noiose immagini: olimpiadi a Pechino, militari che si esercitavano nelle imprese più strampalate, bambini che raccontavano barzellette, telenovele, macchine utensili, industriali che raccoglievano soldi per i terremotati del Sichuan, tutto il resto pubblicità. Lasciai bollire l’acqua per il primo the verde della giornata, del quale ero ormai orgogliosamente dipendente, e mi lasciai bollire dieci minuti sotto la doccia. Avevo visto cibo rappresentato ovunque la sera prima e quindi andai speranzoso al secondo piano per la colazione. Il club, a metà fra un pub lounge di Corsico Milanese e il Billionaire di Briatore, era desolatamente vuoto, gli altoparlanti borbottavano un pezzo qualunque di Jay Z, il tempo di cercare il grosso pesce rosso per un augurale buongiorno ed ero per strada. Mi godevo la totale assenza di stranieri, lasciandomi trasportare dagli schiamazzi dei venditori di antichità, fiori secchi, pennelli calligrafici, carta, spezie e pietre. Addocchiavo questo e quell’oggetto sorseggiando the verde al gelsomino, lasciando scivolare il the in gola e il gelsomino risalire come un soffio dolce su per il naso. Cercavo un paio di pietre speciali e dopo un paio d’ore finalmente alloggiavano nella mia tasca destra nelle loro scatoline rosse e oro.

Decisi di entrare nel ristorante esattamente di fronte all’ostello, perchè era nella strada storica e in quella strada tutto sembrava essere genuino, il locale da fuori sembrava ben organizzato, non poteva essere troppo caro perchè lo yuan valeva un decimo del mio pesantissimo euro. Mi decisi sopratutto perchè il vecchietto all’entrata mi aveva sorriso mostrando i suoi unici tre denti e mi sembrava una tale gentilezza da doverla ricambiare. Al mio ingresso, quando tutti si girarono a guardarmi provai una sensazione di appagamento, non doveva decisamente essere un ristorante frequentato da barbari come me. Gli esempi delle pietanze erano tutti esposti su un lungo bancone in legno, li scorsi uno ad uno appuntando i loro numeri, avrei provato quasi tutto fatta eccezione per un impegnativo piatto di minuscoli gamberetti di fiume che, considerate le loro dimensioni, dovevano essere mangiati con zampette antenne e corazza. A Huangshan City c’erano il fiume e le montagne, scelsi un piatto di grossi funghi xiānggū con germogli di yu cai, cavolo cinese, e una zuppa a base di pesce. I funghi erano squisiti, così consistenti e succosi da ingannare la mia bocca e farle credere di masticare un gustoso spezzatino di prima scelta. La zuppa era molto piccante ma si bilanciava bene con lo sciacquato e intrigante sapore dei suoi ingredienti. Dispensavo sorsate di birra ghiacciata per quell’ignorante e innato bisogno di freschezza che accompagna tutti gli europei. La leggera birra Tsingtao si sposava alla perfezione con la delicata consistenza delle cime di yu cai. La cameriera mi sorrise con gratitudine ricevendo l’equivalente in denaro di tre birre piccole al club dell’ostello. Scambiai un’occhiata di soddisfazione con il vecchio che mi osservava come si osserva una tartaruga appena uscita dal suo uovo. Guardai fuori dalla vetrata, il sole aveva acceso i cotrasti delle ombre dei tetti a pagoda sulla strada sotto. Sulla balconata di fronte giovani caucasici si nutrivano della pizza dell’ostello l’una per tre volte il costo del mio pranzo, i più struggenti pezzi di Tupac accompagnavano il loro triste spuntino.

Il pomeriggio mi ero ripromesso di visitare la città, nonostante il suo basso profilo urbano mi ricordasse vagamente gli squallidi distretti commerciali semi abbandonati sul lungomare romagnolo. Spiccavano pacchiani edifici marcatamente ispirati da ideali estetici di uniformità e solidità comunista. Negozi, strade di negozi, ordinati, puliti, nelle vetrine molti modelli e modelle italiani stampati su cartoni, incollati, serigrafati, perfetti sconosciuti. Commesse annoiate per il basso afflusso pre-pomeridiano. Nei loro occhi leggevo sempre la stessa stanca impressione: il Grande Sogno Cinese, la vita che cambia e diventa bella vita, e quella vetrina che le separava dai loro sogni e i neon che illuminavano e bruciavano il loro tempo. Credo che in fondo sapessero di sprecare la loro vita lì ma ostinatamente mantenevano la posizione, come tutti facevano in Cina, sperando nel grande miracolo che aveva già colpito le grandi città. Io pensavo che una volta che il miracolo fosse arrivato, sempre che fosse arrivato anche a Huangshan City, loro sarebbero semplicemente state dietro vetrine più pulite, di negozi più grandi, con più neon e più clienti.

Dopo la via dell’abbigliamento, degli elettrodomestici e quella delle macchine da lavoro edile decisi di piegare verso una strada che saliva, m’era venuta in mente improvvisamente una frase che avevo letto in un libro di Tiziano Terzani a proposito. Qualsiasi cosa avesse voluto dire Terzani nel suo libro, quell’indicazione mi portò nella via dei centri estetici, o per dirla all’occidentale, nella via delle puttane. Anche loro, come le commesse dei negozi, aspettavano annoiate dietro le vetrine ma quantomeno potevano stare sdraiate e avevano la televisione. I loro sguardi erano comunque annoiati ma sembravano più consapevoli di un futuro che non avevano già più per le mani. Il Grande Sogno per loro era stato una parentesi già chiusa e riponevano le loro ultime aspirazioni nelle puntate future delle soap opera che subivano passivamente, come del resto subivano i loro clienti e probabilmente la loro piatta routine a Huangshan City.

Quella sera feci una doccia fredda e mi gustai fantastici noodles al curry seguendo un’emozionate partita olimpionica di ping-pong. Al club dopo la terza Tsingtao, tre sconfitte consecutive a biliardo per mano di un vispo ragazzo olandese scappato dalle piane dei mulini a vento per una vita qualsiasi in Nuova Zelanda, decisi che era ora di prenotare il biglietto del bus per le montagne, le 6 ore di sonno sarebbero state più che sufficienti.

Trackback URI | Comments RSS

Leave a Reply