on Aug 4th, 2008THIS IS RUSSIA

Moscow Domodedovo, porta della grande Russia, non era altro che uno sporco e decandente corridoio ad anello. Rappresentava appieno il disinteresse per la cosa pubblica del nuovo popolo russo, finalmente libero di giocare al capitalismo più sfrenato. Ne facevano evidentemente le spese la dignità nazionale e il senso di responsabilità verso la collettività, tuttavia entrambe le cose si potevano dimenticare con una manciata di dollari e se non bastavano con una bottiglia di vodka.
Era consentito fumare e si fumava di gusto, ad agosto e senza aria condizionata sperimentavo così una poco allettante alternativa al bagno turco. Nei cessi impossibile trovare sapone e carta igienica. Quando mi sciacquai la faccia, un tizio egiziano riflesso nello specchio ciondolando i folti baffi sbiascicò: “This is Russia”.

Le rudi hostess locali odiavano i cinesi di quell’odio manifesto e morboso che rischia di sfogarsi al primo pretesto. I miei compagni di viaggio potevano essere spinti e strattonati come animali con cui è inutile comunicare. Agli altri viaggiatori era riservala cortesia e complicità, di quest’ultima mi vergognai.
I cinesi, ancora comunisti almeno sulla carta, potevano prendere gli aerei, portare al collo costose macchine fotografiche e, sono certo questo fosse il reale motivo scatenante dell’insano odio, potevano permettersi di essere felici. Schiamazzavano, ridevano, in una parola: vivevano. Le donne sovietiche, che non riuscivo ad immaginare se non come guardie in un carcere, avevano perso questa facoltà. E non potevano proprio ignorare le Canon sballottate incurantemente al collo degli sgraditi ospiti asiatici e lo sapevano, che l’una valeva l’equivalente del loro stipendio, annuale.

Un servizio efficiente, devo ammetterlo, l’avevo trovato e si chiamava VIP exclusive. Il sistema di gestione preferenziale era normalmente riservato ad industriali, politici e mafiosi. Io c’ero finito perchè, a quanto pare, a qualcuno di Aeroflot dovevo stare simpatico.
Alena era una modella e di lavoro faceva la ragazza di un facoltoso VIP di Kaluga. Parlammo per una mezzora fra innumerevoli, false e reciproche rinunce di etichetta relative alle deliziose tartine di caviale di beluga, osetra, sevruga, salmone, che si adagiavano instancabilmente sul tavolino di cristallo. Zarskaya Vodka per lei, acqua Borjomi per me. Quando si slanciò sulle sue fiammanti ballerine Gucci “Hysteria” come se dovesse uscire sul palcoscenico d’un teatro non ero ancora riuscito a infilare il suo uomo in una delle tre categorie. Alena si annoiava a Kaluga e allora andava a fare shopping a Parigi. Da come si sfiorava i capelli mentre si immaginava già a Charles de Gaulle, speravo che andasse a trovare un altro spasimante, che amasse veramente e che non avesse bisogno di regalarle scarpe costosissime ma senz’anima.

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